Riconosci il tuo Nemico

“Prima di imparare a difenderti dal tuo nemico, impara a riconoscerlo” (antico proverbio Zen)
“ Colui che ha occhi per vedere ed orecchie per intendere, si convince che ai mortali non è possibile celare alcun segreto. Chi tace con le labbra, chiacchiera con la punta delle dita, si tradisce attraverso tutti i pori.” (Sigmund Freud -1967)
In questo articolo, espliciteremo quanto nel modello didattico utilizzato dalla KMFI provenga dall’applicazione dei principi della Psicologia del Comportamento non verbale.
Nell’ambito degli studi psicologici, dalla metà in poi del secolo scorso si assiste, per effetto dell’opera di numerosi studiosi della materia, ad una sorta di “rivoluzione copernicana”: l’attenzione di coloro che studiavano i comportamenti e la comunicazione umana si sposta “dalle persone che comunicano al comportamento della comunicazione” Questa variazione dell’asse di interesse fa emergere un concetto di comunicazione come un “sistema”, composto non solo dal linguaggio ma dei gesti, dai contatti, dalla distanza tra le persone, dai movimenti del viso che testimoniano le emozioni che ognuno di noi prova in un dato momento e contesto.
Le ricerche che successivamente si sono sviluppate sull’argomento, hanno chiarito con grande precisione quanto il ruolo delle parole e dei gesti all’interno della relazione comunicativa e soprattutto la loro importanza e classificazione.
Un presupposto fondamentale dal quale non possiamo prescindere è che “il nostro corpo non mente” e che spesso le nostre azioni sono in contrasto con le nostre parole, nel tentativo (impossibile in molti casi) di controllare le nostre espressioni ed i nostri comportamenti; l’illusione di poter controllare non tanto le parole ma i nostri comportamenti non verbali è stata ampiamente descritta e definita come tale, al punto che Albert Mehrabian, uno dei più importanti studiosi di linguistica attuali, afferma che “nel totale della nostra comunicazione, il 55% è non-verbale (gesti, fisiologia, postura, distanza, respirazione, tono muscolare etc…); il 38% è paraverbale (tono di voce, velocità, ritmo, pause, volume) e solamente il 7% è verbale (le parole).
In effetti, gran parte dei nostri “comportamenti comunicativi” sono effettuati al disotto della soglia di coscienza (e quindi del nostro controllo), ovvero da strutture neurologiche non influenzabili dal nostro controllo razionale: sono proprio questi “segnali” ed in particolare quelli di insofferenza e disprezzo, unitamente a quelli di aggressività e sfida che esamineremo in questo articolo.
Entrambe queste categorie di segnali fanno parte di quell’insieme che la Psicologia del Comportamento non-verbale definisce “segnali di opposizione”.
I segnali di insofferenza e disprezzo.
Questi segnali di rifiuto, indicano un atteggiamento di generale o parziale disaccordo e disinteresse per quello che l’interlocutore afferma. In senso generale questi segnali rappresentano in varie modalità il desiderio di allontanare qualcosa da sé, di sfuggire o proteggersi da qualcosa (sia essa cosa o persona), di prendere le distanze da una situazione sgradita. Evitando, per motivi di brevità, di spiegare il contenuto inconscio di ogni segnale, vi proponiamo di seguito un elenco dei più comuni:
- sfregarsi il naso ( e sue varianti come grattarsi l’angolo dx e sx);
- togliersi qualcosa dalla zona lacrimale;
- sollevarsi o grattarsi un sopracciglio;
- tenere sollevato con il dito il labbro inferiore;
- grattarsi la fronte;
- sollevarsi gli occhiali;
- sfregarsi gli angoli delle labbra;
- espellere il fumo della sigaretta quasi sbuffando;
- buttare via la cenere dalla sigaretta (quando non ce ne è bisogno);
- togliersi un pelucchio, capello, polvere di dosso;
- rimuovere briciole o polvere dal tavolo;
- allontanare un oggetto o spostarlo di lato;
- spingere un oggetto verso l’interlocutore;
- grattarsi con una penna o con un dito sotto il mento;
- ritrarre il busto e simili;
- ritrarre il mento;
- premere la lingua contro l’interno delle guance;
- evitare la sguardo;
- accavallare le gambe in senso contrario all’altro;
- indietreggiare;
- incrociare le braccia.
I segnali di aggressività e sfida.
Questi segnali hanno lo scopo di incutere timore nell’altro e sono uno degli elementi della nostra ancora evidente parentela con il mondo animale:
1. avvicinare il proprio corpo ameno di 30 cm. dall’interlocutore (fatta eccezione per il Sud, dove la prossemica di sicurezza/confidenza è meno distante della media);
2. mettersi le mani sui fianchi;
3. avvicinare una delle due spalle all’interlocutore;
4. esibire singoli fallici (tipicamente maschile) ovvero:
- sollevare l’avambraccio stringendolo con l’altra mano;
- irrigidire indice e medio tenendolo con le altre dita;
- tenere, mentre si parla o si ascolta, una penna in mano in verticale;
- arrotolare un giornale appoggiandone un’estremità sull’addome;
- sbattere con forza un pugno sul tavolo o sul muro o su una sedia;
- puntare l’indice con continuità verso l’interlocutore.
I segnali dell’aggressività repressa
Questi segnali hanno in comune di costituire delle “rappresentazioni incomplete o metafore” dell’azione che si vorrebbe compiere, o di surrogare su altri oggetti l’azione che si vorrebbe compiere (mordere, spezzare, strapazzare, colpire):
- mordersi l’interno delle guance;
- spezzare o strappare qualcosa;
- collocare lo sguardo (fisso ed insistente) all’improvviso dagli occhi del’interlocutore al centro della sua testa;
- stringere con forza il pugno o un oggetto;
- far rumore con oggetto vicini alle proprie mani o al corpo;
- sollevarsi le maniche della giacca o della camicia;
- tamburellare con le dita della mano o con il piede.
Molto importante da notare è la tempistica di attivazione dell’azione aggressiva.
In genere questo processo prevede un tempo di latenza che è del tutto individuale (gli individui non hanno tutti lo stesso tempo di passaggio dall’emozione all’azione aggressiva); un segnale importante da cogliere in questa fase è la cosiddetta “reazione fisiologica”: se il nostro interlocutore manifesta evidenti segnali di rabbia ma è rosso in viso (aumento della pressione arteriosa/vasodilatazione periferica), difficilmente assumerà comportamenti di attacco finalizzati all’aggressione fisica; se il nostro interlocutore invece impallidisce, suda in volto ed evidenzia tremore negli arti, allora è pronto per attaccarci fisicamente.
Alessandro Balzerani
Istruttore KMFI